Una conversazione con Alberto Prunetti- Working class Hero

Sono anni che leggo Alberto Prunetti. Ho iniziato con Potassa (ora pubblicato con alegre PCSP), libro che per la mia storia personale è stato fondamentale, dove si narra tra gli altri la storia del mitico facchino Domenico Marchettini, sovversivo noto alle forze dell’ordine, che tenta invano di rincorrere un camion di fascisti per fargliela pagare.

Alberto negli anni è diventato un riferimento, un amico, uno scrittore da invitare nei circoli anarchici e nei festival di letteratura, per farsi raccontare le storie con quel suo stile meraviglioso che anche se ti parla di lotta antifascista, dello schifoso amianto che uccide o di cucine londinesi un sorriso te lo strappa sempre.

Da poco è uscito 108 metri, l’ho letto subito e me ne sono innamorato, non è solo un romanzo, sono tante fotografie in movimento che rappresentano un’epoca che aspettava di essere raccontata, non da qualche scrittore da salotto ma da qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle quelle esperienze e che oltre ad avere sul suo corpo e nel cervello la memoria dei fatti, possiede la capacità del racconto.

Dopo Amianto tutti noi aspettavamo il seguito di questo filone che tu stesso hai chiamato scrittura working classCosa significa scrivere senza fronzoli ma con alta qualità letteraria? Come hai trovato l’equilibro? Ti sei ispirato a qualche scrittore che prima di te si era cimentato nel racconto degli ultimi, dei proletari, dei lumpen? Personalmente leggendoti ho pensato molto a un grande della letteratura del 900 che è Steinbeck, stili diversi, epoche diverse ma la costante è quella dei protagonisti straccioni e con le mani rovinate dal lavoro.

In Amianto. Una storia operaia avevo cercato una scrittura sul modello della scuola di Barbiana: via ogni ridondanza, ogni forma barocca, tenere solo il linguaggio tecnico-settoriale dell’industria. L’idea era di rendermi comprensibile a un operaio saldatore in pensione, a un pari di Renato, il protagonista del libro. Con 108 metri. The new working class hero, parlando alla generazione successiva, ho fatto una scelta diversa, più problematica, cercando una lingua di impasto, una lingua meticcia. Sicuramente ci sono riferimenti letterari espliciti (Shakesperare, Stevenson, Lovecraft) ma ce ne sono altri impliciti: London, sicuramente Steinbeck, Orwell. Per gli impasti linguistici, ho guardato anche a Bianciardi e a Luigi Di Ruscio, l’esempio forse migliore – sebbene dispersivo – di scrittura di emigrazione italiana all’estero. E poi a Anthony Burgess per l’invenzione della lingua di Silver (invenzione che ha un debito anche verso un’altra lingua, meticcia e non letteraria, il cocoliche degli emigrati italiani in Argentina). Rispetto a molti di questi autori non dovevo immergermi nella realtà degli ultimi o guardarli dall’esterno: dovevo solo raccontare la mia storia. Ero già immerso. Ma questa immersione non aiutava a scrivere: dovevo uscirne, far sedimentare certi ricordi e infine trovare il giusto equilibrio. C’erano passi che per me erano rilevanti, almeno nel mio vissuto, ma che poco dicevano ai lettori. Ho dovuto semplificare, stilizzare, togliere alcuni brani lavorando di forbici, potenziare la caratterizzazione dei personaggi e la lingua che questi parlavano.

Come hai costruito i personaggi?

Sono quasi tutti calchi di personaggi reali. C’è una proiezione testuale di me stesso, in auto-fiction, e una di Renato, mio padre, che fa da collante al progetto della trilogia working class (Renato era il protagonista di Amianto e io ero la spalla, in 108 metri ci scambiamo le parti). Poi ci sono per ogni capitolo dei personaggi di secondo livello, dei coadiuvanti, che hanno una funzione attoriale molto rilevante in quanto alleati del protagonista. Sono lo chef John Silver, lo sturacessi Brian, la cleaner Kate, l’attore pazzo Gerald, Ross l’amico attaccabrighe e il vecchio operaio Quattr’etti. Con l’eccezione di Silver, che è un clone letterario da L’isola del Tesoro, gli altri sono personaggi reali, conosciuti perlopiù nella mia emigrazione nel Regno Unito. Solo che li ho trasfigurati: di due ne ho fatto uno, oppure ho usato una rappresentazione caricaturale, enfatica, realizzando un “ritratto carico”.  Poi ci sono gli avversari: la supervisor Annabelle, il Turco-Mannaggia, lo chef sudafricano e soprattutto il fantasma di Lady Thatcher. L’ultima non ha bisogno di presentazioni: torna a fare quel che ha sempre fatto, ossia perseguitare la working class. Gli altri sono ugualmente “composite character”, personaggi di finzione costruiti col montaggio di persone realmente esistite.

Ci parli esperienze quotidiane, di sfruttamento e di rituali di resistenza quotidiana, ma anche di una situazione politica che ha segnato molti destini, perché la Baronessa Thatcher perseguita il nostro protagonista?

Thatcher è l’alfiere del neoliberismo: ha rotto la resistenza operaia dei minatori del black country nei primi anni Ottanta, un evento fondamentale su scala globale: scopre il vaso di pandora del neoliberismo, delle privatizzazioni, trasforma l’economia inglese in senso postproduttivo, facendone un’economia di servizi e finanza. Il suo mantra è “there is no alternative” e anche “le classi non esistono, esistono solo gli individui”. Ossia la working class deve morire, esistono solo i borghesi. Blair aggiungerà: “we are all middle class”, portando a realizzazione il suo verbo. Non gli è andata bene del tutto: hanno smantellato la rete di solidarietà, convivialità e diffidenza verso i quattrinai che esisteva un tempo nella vecchia working class, lasciando soprattutto al nord un panorama devastato, di cui certi romanzi di Irwine Walsh, a partire da Trainspotting, sono una valida rappresentazione, ma tutt’ora alla domanda di un sondaggio che chiedeva di definirsi come classe sociale, sei britannici su dieci si sono definiti working class, classe lavoratrice.

Quanto è importante la Maremma, Follonica e le storie di quei luoghi in questo libro? Cosa significava la fuga per un ragazzo in cerca di possibilità e cambiamento personale che con quel DNA proletario forse non potevano esistere?

Io sono emigrato a ventisette anni, nel 2000. Non avevo mai preso prima di allora un aereo, non conoscevo alcuna lingua straniera (oggi ne leggo quattro). Mi ero anche spostato poco dai luoghi in cui ero cresciuto (la parte sfigata della Toscana). Per me quel’esperienza migratoria è stata fondamentale. Posso dire che una parte della mia formazione culturale è debitrice di quel viaggio da migrante. Sono dovuto andare a imparare la lingua della regina nelle latrine (e non l’ho neanche trovata, la regina intendo…). Poi ho cercato Shakespeare tra cessi e tavoli di burghershit. E’ stata anche un’esperienza di relativismo culturale. Diffido dalle riterritorializzazioni selvagge di questi ultimi anni, comunque è vero che i miei luoghi di nascita hanno un posto rilevante nei miei libri: sono nato accanto alle acciaierie di Piombino e ho vissuto nei pressi di una ex fabbrica Montedison, con davanti il maggior bacino di ferro dell’antichità classica, l‘Isola d’Elba, e dietro le Colline Metallifere, coi rilevanti bacini di pirite e di legna da carbone. Sono posti che esprimono un certo “sublime operaio” (rubo la formula ad Alessandro Portelli). Sono metallifero di nascita, ma di certe cose te ne accorgi solo viaggiando. Se rimani sempre sul posto, con l’edera che ti sale lungo le gambe, non riesci a rielaborare queste esperienze: sono loro a determinare te. Viaggiare serve a prendere la giusta distanza per vedere le cose in prospettiva.

Contro la retorica dell’immigrato nazionalista che si unisce solo ai suoi connazionali, nel libro si parla, si narra di una solidarietà di classe senza frontiere, punto interessante anche per ragionare di fatti di estrema attualità nel mondo del lavoro, dove i più puntano il dito contro i lavoratori immigrati invece che contro gli sfruttatori, tu come la vedi?

Io cercavo questa faticosa solidarietà ma non sono così convinto di averla trovata. Sprazzi di solidarietà, altri di alienazione. E’ difficile, il fantasma di Lady Thatcher ha lavorato bene. Un tempo si diceva che i contadini facevano concorrenza agli operai, poi che le lavoratrici donne facessero concorrenza agli operai maschi. Adesso la vulgata fascistoide vuole che i lavoratori stranieri facciano dumping salariale verso gli autoctoni, Sono stronzate fasciste, che servono a dividere i lavoratori e a portare acqua al mulino del padrone. Anche Marx per esercito di riserva intendeva solo i disoccupati, mica gli immigrati. Volendo, ci facciamo concorrenza da soli tante volte: accettando di lavorare gratis, facendo tirocini non pagati, volontariato, etc. Insomma, bisogna  ripartire dalla solidarietà e individuare i veri avversari. Che non sono gli sfruttati ma gli sfruttatori.

Nei tuoi libri emerge una sorta di orgoglio della sconfitta è una mia illusione?

Al contrario, nei miei libri preparo la vittoria. Riconosco la sconfitta (sarebbe assurdo il contrario). Dico anche che da bambino pensavo che essere figli di operai fosse il massimo: i fighetti i genitori non li lasciavano uscire per strada, dove imperversavano le nostre bande. Ho dovuto attendere i 14 anni per capire che eravamo già alla fine degli anni Ottanta e che la nostra parte aveva perso. Però al contrario di molte narrazioni sui lavoratori che assumono un tono dimesso, dolente, da perdenti, il mio tono è quello baldanzoso, orgoglioso, di chi sa che noi siamo il sale della terra. Prendi Renato: Wu Ming 1 l’ha definito di recente un personaggio “larger than life”. Se hai personaggi come lui e long John Silver al tuo lato, forse non vincerai, ma di sicuro continuerai ad ammutinarti. Se ti ammutini, se ti ribelli, magari non vinci, ma di sicuro non perdi. Vivere è ribellarsi.  Buscarne anche tante, ma avere l’orgoglio di dire, come il Papillon di Steve McQueen: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo…”.

Cosa bolle nella pentola dello scrittore degli ultimi?

Sto lavorando al terzo tomo della mia trilogia working class. Amianto, una storia operaia l’ho scritto molto rapidamente. Per 108 metri ci sono voluti almeno cinque anni. Spero di chiudere velocemente l’ultimo volume, ci sto dando dentro. Alla fine questa trilogia mi costerà nove anni di scrittura. Anche di più, perché prima di raccontarla ho dovuto viverla.

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