L’indiscreto fascino dell’ipermacchina del consumo

Ikea è stata fondata nel 1943 da Ingvar Kamprad che, attraverso la logica dei costi contenuti per prezzi irresistibili, riesce ad omologare la vita domestica del pianeta Terra. Nel 1953, apre il primo negozio come esposizione di mobili e, in breve tempo, si espande a Stoccolma, Zurigo, Monaco, Australia, Canada, Austria, Paesi Bassi, Belgio, Usa, Regno Unito, Italia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Russia, Cina, Emirati Arabi e cosi via. Oggi, i punti vendita sono 237 in 30 paesi del mondo con oltre 90.000 dipendenti e un fatturato, nel 2005, di 18,70 miliardi di dollari.

In Italia, Ikea è presente dal 1989 con i magazzini, aperti sette giorni su sette, di Milano, Roma, Brescia, Padova, Genova, Bologna, Firenze, Napoli ed è in programma di aprire a Salerno, Bari, Catania, Palermo.
Ikea, come le altre catene della distribuzione, annulla ogni specificità locale, esalta il consumo, influenza e condiziona gli stili di vita. Per di più, Ikea è in grado di costruire intere città, come ha già fatto in un quartiere della scozzese Glasgow con un centinaio di case prefabbricate, spartane e a prezzi competitivi.
Quattrocentodieci milioni di clienti in tutto il mondo, centosessanta milioni di cataloghi distribuiti (superata la diffusione della Bibbia): Ikea, la multinazionale del prêt-à-habiter, purtroppo gode di buona salute. Un simile successo ha conseguenze drammatiche. All’apertura di un negozio in Arabia saudita, l’1 settembre 2004, l’azienda regalava un assegno di 150 euro ai primi cinquanta clienti e una folla vi si precipitò: due morti, sedici feriti, venti malori.
Come spiegare l’infatuazione mondiale per Ikea? Oltre ai bassi prezzi, una chiave del successo risiede nell’immagine di sostenibilità ambientale e sociale che la multinazionale ha costruito.
Dopo il primo subappalto straniero (la Polonia, nel 1961), Ikea delocalizza una parte delle sue produzioni, alla ricerca di manodopera economica e sfruttabile. Perciò la percentuale della produzione realizzata in Asia è in continuo aumento. Attualmente, la Cina supera la Polonia, tanto da rappresentare il maggior fornitore della società, con il 18% dei prodotti del gruppo. In totale, il 30% del «made in quality of Sweden» proviene dal continente asiatico .
Dagli anni novanta, in reazione agli attacchi delle organizzazioni ambientaliste sul legno, Ikea ha stretto legami con il Fondo mondiale per la natura (Wwf) e Greenpeace. Quando viene accusata di far lavorare i bambini, studia degli accordi con Unicef e Save the Children.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le denunce di sfruttamento del lavoro minorile nei paesi sottosviluppati, le denunce dei sindacati circa il mancato rispetto degli orari di lavoro contrattuali, quelle dei fornitori costretti a lavorare a condizioni inique, l’impiego di materiali pericolosi per la salute come la formaldeide o per l’ambiente come il PVC negli imballaggi.

La società industriale in cui viviamo si è espansa e i suoi squilibri cronici sono diventati planetari. Siamo entrati in un tempo terribile caratterizzato dal fatto che le più grandi aziende progettano se stesse a misura del mondo. E l’economia liberale, di cui esse sono espressione, continua a propugnare un’idea di crescita e sviluppo autocentrata, le cui devastanti conseguenze, rispetto agli umani e al loro ambiente, sono sotto gli occhi di tutti.

ikea building
Photo by Alexander Isreb on Pexels.com

 

Una nota positiva è che in più sedi le lavoratrici e i lavoratori Ikea hanno cominciato delle lotte  per migliori contratti e soprattutto lottano contro la precarizzazione del lavoro.

Andrea Staid

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