Senza chiedere il permesso

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Dal Kurdistan alla Val di Susa, passando per le pagine di Zerocalcare. La storia e il pensiero di Ezel Alcu, attivista curda e rifugiata politica dal 2009, sono raccolte nel libro ‘Senza chiedere il permesso. Il mondobastardo’ (End edizioni)

In 124 pagine si alternano brani in prosa, poesie e fotografie, immagini dal Kurdistan, da Torino e dalla Val di Susa.
Ezel Alcu si definisce una “donna di Mesopotamia, fiera di questa ricchezza”.

“Sono una cittadina del mondo – sottolinea – che rifiuta questo Sistema e vuole cercare un’alternativa. Come accade in Rojava. Per questo ho lottato, lotto e continuerò a lottare. Non sono una ragazza piena di miracoli, nella mia strada ci sono state tante persone ad accompagnarmi, è stato un percorso lungo, alcuni sono caduti, altri stanno a migliaia di chilometri lontani, tanti altri ancora mi stanno a fianco”.
Tutti insieme “contro il mondobastardo”.

Senza chiedere il permesso. Il mondobastardo è un libro in cui risuonano diverse voci, parole che sono espressione della personalità dirompente e contraddittoria dell’autrice, Ezel Alcu, ma che riportano anche altre voci, quelle di luoghi lontani dove si combatte una guerra lunghissima e infinite battaglie, sanguinose e drammatiche, i cui echi giungono qui solo per frammenti.

Ezel è una delle prime persone che in Valle d’Aosta ottiene lo status di rifugiata politica – era il 2009 – in virtù dell’oggettivo rischio che nel suo paese possa essere perseguitata per il suo attivismo politico, tuttavia in questo libro Ezel non ha voluto solo raccontare la sua lotta contro il genocidio perpetrato dalla Turchia contro il suo popolo o la violenza dell’ISIS, ha voluto mettere a nudo i suoi sentimenti più intimi, il tenero affetto verso il suo popolo, la sua famiglia e la sua casa, verso un affascinante comandante guerrigliero, verso nuove lotte che anche qui in Italia, con nuovi compagni, la chiamano per rafforzare un impegno che non smette mai di farle battere il cuore. Proprio per dare voce alle diverse passioni che muovono la sua vita, Ezel ha deciso di consegnare alle stampe un libro composito, di difficile classificazione, dove le poesie dai toni intimi e struggenti si alternano a prose scoppiettanti e belligeranti, corredate da un bell’apparato fotografico che racconta i tanti mondi che la ragazza kurda ha attraversato e continua ad attraversare.

“Non sono una ragazza piena di miracoli – scrive Ezel –. Nella mia strada ci sono state tante persone ad accompagnarmi, è stato un percorso lungo… alcuni sono caduti, altri stanno a migliaia di chilometri lontani, tanti altri ancora mi stanno a fianco nella parte sinistra. E sento il dovere di ringraziarvi”.
Personalmente ho incontrato Ezel  i primi di Settembre 2015 a Cagliari dove eravamo stati invitati per il Marina cafè noir, l’incontro è stato profondo e in larga parte registrato dal mio microfono, una volta sbobinata l’intervista è stata rivista anche da Ezel, rappresentante delle donne curde in Italia.

Una delle prime cose che vorrei chiederti è uno degli aspetti che reputo principali nella lotta del popolo curdo ed è la questione anti-patriarcale o per usare altre parole la lotta delle donne (ma anche degli uomini) contro il colonialismo dell’uomo sul corpo della donna.

Certo questo è uno degli aspetti fondamentali della nostra lotta che ormai da molti anni portiamo avanti. Purtroppo i media occidentali si sono soffermati solo sull’aspetto estetico della questione senza analizzare a fondo cosa significano interi battaglioni di donne in armi.

Certo forse perché troppo pericoloso, mentre banalizzare è stato funzionale per veicolare un messaggio forviante di massa..

Esatto, i mass media hanno parlato della nostra lotta superficialmente, si sono concentrati su aspetti semplici, sulla bellezza delle miliziane e sui loro capelli, funzionale come dici tu per sviare il reale messaggio rivoluzionario del quale siamo portatrici.
Noi donne curde non stiamo combattendo da due anni ma da quaranta anni, anzi da duecento anni è un percorso lungo il nostro. Una donna importante per la lotta di liberazione che voglio portare alla vostra attenzione è Leyla Qasim che ha lottato contro il regime Irakeno e ha pagato la sua determinazione con la morte, impiccata dal regime di Saddam Hussein il 12 Maggio del 1974.
Noi donne curde ci dichiariamo donne della Mesopotamia perché non ci piace dare un’etichetta a un popolo, per questo abbiamo rinunciato anche alla creazione di uno stato nazione. Noi siamo le donne e gli uomini della Mesopotamia senza bisogno di costruire nuovi confini geografici o linguistici.

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Ho letto le pubblicazioni di Ocalan e anche lui da molta importanza alla lotta delle donne, alla lotta contro il patriarcato.

Ocalan una decina di anni addietro ha mosso delle critiche alle donne che si univano alla lotta armata, le criticava perché una volta che prendevano le armi in pugno modificavano il loro aspetto e atteggiamento, ovvero cercavano di assomigliare ai maschi, coprivano i seni, si tagliavano i capelli corti e rinunciavano al loro essere donna. Per Ocalan le donne per essere delle brave combattenti non devono essere come gli uomini e ha incentivato le militanti a non mascherarsi, non c’è bisogno di sembrare maschi per essere dei bravi combattenti e questo lo abbiamo dimostrato sul campo di battaglia.

Quindi le donne hanno un ruolo centrale nel processo rivoluzionario?

Assolutamente si, ma sia chiaro la lotta contro il patriarcato contro il dominio dell’uomo sulla donna non è fondamentale solo per le donne ma per tutto il movimento.

Le donne della Mesopotamia hanno abbracciato le armi principalmente per due motivi

1 difendere il loro popolo e la loro terra dal nemico invasore.

2 difendersi e combattere il dominio maschile.

Noi donne abbiamo una certezza, la guerra esiste per colpa del dominio maschile, finche non riusciamo a cambiare la mentalità patriarcale non finiremo mai la guerra perché la guerra non si fa solo con le armi, non puoi uccidere tutti, la lotta di liberazione è un processo lungo e prima di tutto dobbiamo riuscire a cambiare i cuori e le menti delle persone.

 

Tu come sei arrivata a queste teorie e pratiche?

Ti rispondo con un esempio qualche anno fa sono andata a trovare un mio amico che era rimasto ferito in battaglia e mi hanno portato in uno dei nostri ospedali. Mentre ero lì mi hanno chiesto di donare il sangue per un altro ferito. Io ho accettato subito e mi sono fatta prelevare del sangue. Dopo poco vedo che il mio sangue serviva non per uno di noi ma per un prigioniero ISIS. Subito mi sono rivoltata non volevo che il mio sangue servisse per salvare un assassino. I compagni mi hanno fatto ragionare spiegandomi che ora quell’uomo era ferito, era un umano come noi e che aiutarlo era il modo migliore per fargli capire da che parte stare. Ecco vedi questo esempio spiega il percorso di liberazione di noi curdi.

Ora vorrei soffermarmi su una pratica e teoria centrale quella dell’ecologia sociale. Credo sia fondamentale oggi non parlare più solo di ecologia, aggiungere la parola sociale cambia completamente il valore politico di questa prospettiva. L’ecologia sociale è una scuola ecologica, filosofica e sociale fondata da Murray Bookchin che affermava nei suoi scritti che esiste una relazione olistica tra gli elementi naturali e gli esseri umani, e che l’ordine naturale non necessita di autorità o gerarchie. In poche parole non si può pensare di essere ecologisti e sostenere il capitalismo.

Io infatti la chiamo economia ecologica e sociale perché noi umani abbiamo dimenticato la nostra origine, noi arriviamo dalla natura, per noi curdi è molto chiara questa cosa, non si possono slegare il modo di concepire l’economia dalla società e quindi dalla natura che ospita quest’ultima. Non ci interessano le politiche del capitalismo verde, ci interessa creare un nuovo modo di regolare gli scambi nel rispetto completo della terra, ovvero trovare un equilibrio tra lavoratore natura e consumatore senza la creazione di un profitto.

Certo, ora noi siamo in guerra e non riusciamo ad attuare come vorremmo, il cammino è lungo e noi abbiamo appena cominciato.

Puoi parlarci di quello che sta succedendo in questi giorni (settembre 2015) soprattutto quello che sta facendo il governo turco contro il popolo curdo?

Nelle elezioni di pochi mesi fa noi curdi abbiamo preso il 13 per cento dei voti, circa 57 milioni di persone ci hanno votato. Erdogan ha perso ma non accettato questo e grazie anche all’Occidente e Stati Uniti lui sta ancora comandando perché non c’è più un partito maggioritario, ma in Turchia ora stiamo vivendo una vera e propria dittatura ha dichiarato guerra a chi non l’ha votato a chi non ha voluto appoggiare la sua proposta di sistema presidenziale.

In un mese solo al confine con l’ Irak a sud est della Turchia sono morte 32 persone assassinate da militari e cecchini di Erdogan, sono morti donne uomini e bambini. Nessuno parla di questa cosa, a Silvan sempre sud est che è territorio curdo, il popolo ha dichiarato l’autogestione, sta mettendo in pratica il confederalismo democratico, ha eretto barricate, purtroppo in questi paesi liberati ogni giorno ci sono morti e in tanti altri paesi sta succedendo la stessa cosa. La Turchia ha cominciato ad attaccare con bombe e cecchini la popolazione civile, neanche noi militanti riusciamo a sapere precisamente quanto morti ogni giorno il governo di Erdogan sta facendo, abbiamo solo una certezza ha dichiarato guerra a tutti i curdi.

Ora in Turchia tutte queste città che hanno dichiarato l’indipendenza dalla stato militare turco subiscono centinaia di morti e migliaia di arresti. I nostri coopresidenti, i sindaci, avvocati sono stati tutti arrestati e questi erano stati tutti eletti dalla repubblica turca. Anche i giornalisti vengono arrestati, ora si sa perché è successo ad un giornalista inglese, ma prima e dopo di lui sono decine i giornalisti arrestati ma si sa, voi avete sangue blu noi solo rosso e non facciamo notizia.

E’ incredibile come i media creino i messaggi, confezionano le notizie per creare consensi, fino a meno di otto mesi fa eravate un esempio da seguire ora siete tornati ad essere dei terroristi..

Finche abbiamo combattuto lo stato islamico andava bene, a Kobane siamo serviti ma adesso che ci difendiamo contro la violenza turca allora siamo terroristi. Non dimentichiamoci che lo stato islamico è una creatura dell’occidente e il governo turco fin dall’inizio ha aiutato l’Isis contro il popolo curdo. Credevano che ci avrebbe fiaccato la battaglia di Kobane ma il PKK non è un esercito nazionale ed è diffuso nei territori per questo siamo ancora vivi e lottiamo con sempre più forza. Sono scioccata dal silenzio dell’occidente se qui a casa vostra muore un gatto tutti si indignano, si creano manifestazioni, azioni e campagne di solidarietà invece nessuno parla di quello che sta succedendo qua nelle nostre terre, ogni giorno muoiono migliaia animali e umani sotto i bombardamenti e nessuno dice nulla… anche gli animali occidentali contano di più dei nostri animali, anche loro hanno il sangue blu e non rosso come i nostri. Lo stesso vale per le femministe qui giustamente per uno schiaffo a una donna ci sono mille campagne e lotte ma per le decine di donne maltrattate, stuprate uccise nelle nostre terre?

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