L’enigma del lago rosso Frank Westerman

 

Leggendo questo libro una certezza prende sempre più forma, nel mondo ci sono uomini di serie A e uomini di serie B. La storia dell’Africa moderna e contemporanea è una storia di invasioni e soprusi, di colonialismo e spartizioni, guerre e politiche di rapina. Abbiamo distrutto un intero continente e le politiche anti accoglienza di questi ultimi anni sono un continuo riaffermare le nostre pratiche colonialiste.

Westerman ci racconta con estrema dovizia di particolari e posizioni quello che successe la notte del 21 agosto 1986 in Camerun nella valle del Nyos, dove nel giro di poche ore venne annientata la vita di decine di polli, zebù e uccelli insieme a quasi duemila corpi umani. In quelle ore non ci fu nessun danno materiale alle capanne e alla vegetazione. Nessuno riuscì a capire cosa stesse succedendo tutti cominciarono a parlare di un’esplosione, di uno strano odore, di un lago vicino che si è tinse di rosso. Questa notizia fece subito il giro del mondo, ma ancora oggi è molto difficile capire realmente cosa possa essere successo in uno dei disastri naturali più clamorosi del XX secolo. Le ipotesi sono tante da quella di una filtrazione gassosa, a un’arma chimica o una bomba atomica testata da americani, israeliani o francesi.

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L’autore però non è interessato solamente a ricostruire gli eventi ma si pone delle domande fondamentali su cosa siano realmente i fatti, sul perché l’uomo abbia bisogno del mito, ovvero la necessità di inventare continuamente storie. Per andare a fondo della questione studia e cita l’antropologia del 900, soprattutto Malinowski quando scrive, “in periodi di crisi i miti possono offrire una via d’uscita attraverso il soprannaturale. I racconti evolvono vengono creati e ricreati . Come specie umana dobbiamo rapportarci non solo alla natura ma anche all’universo culturale da noi creato: il regno delle storie. Anche se sono inventate da cima a fondo, può essere che diventino parte della realtà”. Citazione perfetta se pensiamo la bufera che ha suscitato l’edizione postuma dei veri diari del buon Malinowski, dove scopriamo che il severo etnografo polacco per la maggior parte di quello che ci ha raccontato nelle sue etnografie erano storie inventate o quantomeno come direbbe oggi Geertz interpretate, molto interpretate dalla sua penna di osservatore “partecipante”. Noi esseri umani abbiamo bisogno di storie, di miti , ma quale altra specie animale si comporta così? Per quel che riguarda le questioni fondamentali, la maggior parte della popolazione mondiale preferisce affidarsi all’invenzione invece che hai fatti. Gli uomini sono animali narranti. Ci raccontiamo l’un l’altro a catena storie inventate a cui, se pur non crediamo alla lettera, come minimo attribuiamo un significato. Come rinchiudendoci volontariamente dietro le sbarre delle nostre stesse creazioni. L’autore dell’Enigma del lago rosso si chiede quale sia l’origine dei miti che hanno una tale forza da amalgamarsi così alla realtà. E da questa domanda ci dice che è scattata la scintilla per raccontare la valle dei morti in Camerun, un vero e proprio campo di sperimentazione ideale per quello che voleva scoprire il nostro autore. Un vero Interesse che ci accompagna per tutto il testo, quello di capire come nascono le storie e quale rapporto le lega alla realtà che le ha originate, impresa ardua visto che concordo appieno che è difficile definire cosa sia esattamente un fatto, perché i fatti si lasciano manipolare fino a trasformarsi in storie che poi possono sfidare i secoli. Il bello è tutto in questo perché affinare la grezza realtà è l’opera umana.

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Westerman con una struttura perfetta suddivisa in tre macro parti; gli uccisori del mito, i portatori del mito, i creatori del mito, ricostruisce con l’abilità del reporter e la pratica dell’etnografo non solo i giorni del disastro ma tutti i venticinque anni che ci separano dall’evento, contestualizzando storicamente un paese ricco di contraddizioni come il Camerun, dove a distanza di vent’anni   torna una seconda volta per capire e analizzare bene tutto quello che negli anni era cresciuto intorno al mistero del lago rosso.

Temi centrali nel testo oltre alle domande antropo-filosofiche sul passato e sul presente dell’umanità, sulle contraddizioni del mondo occidentale e della tradizione africana, sono la forte contesa tra Tazieff e Sigurðsson ed altri tra i maggiori geologi del pianeta che lottavano per far «vincere» la propria tesi. Ma anche quando ci parla delle diatribe tra scienziati va nel fondo della questione comprendendo e smascherando gli interessi postcoloniali che si sono giocati e si giocano ancora oggi dietro la voce della scienza.

Mito, globalizzazione, disastro naturale ma non solo, nel testo troviamo un forte interesse per i pochi sopravvissuti alla strage, posti al centro della narrazione, la loro rielaborazione degli eventi, le loro vite nel testo ricoprono grande importanza proprio come se fosse un libro etnografico degli antropologi non egemonici. Non poteva non affrontare il tema della religione, un’altra faccia del colonialismo occidentale in Africa, quella dei missionari che per secoli hanno fatto di tutto per sradicare animismo e culti locali, Westerman muove una critica al colonialismo religioso dell’Africa prima degli europei e poi degli americani ma sempre senza essere miope e riconoscendo che all’interno dei macro errori dei missionari sono molti i fatti positivi, i gesti quotidiani che decine missionari in terra africana hanno compiuto, soprattutto in questo caso nei giorni della strage.

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L’autore quindi non ci racconta solo gli avvenimenti ma ci rende partecipi attraverso un’ottima scrittura dei suo i peregrinaggi per ricostruire questa storia in giro per l’Europa e l’Africa, alla ricerca di tutti i protagonisti ancora in vita che avevano vissuto questa storia. Westerman è riuscito a produrre un reportage giornalistico con scrittura narrativa e pratica etnografica, un’ibridazione perfetta di stile che da al lettore la possibilità non solo di farsi un idea su quello che era successo nei giorni e negli anni seguenti al disastro, ma da al lettore grazie alla polifonia della sua opera la possibilità di capire una pagina della storia coloniale e post coloniale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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