Lo sfruttamento dei Migranti

 

Migranti, immigrati, stranieri, clandestini, rifugiati, richiedenti asilo, arabi, asiatici, africani, sudamericani… insomma Loro… e Noi.

Noi abbiamo tanti pareri diversi su Loro, più o meno tante quante sono le forme del razzismo contemporaneo. Anche tra i benpensanti, tra quelli che magari con fare caritatevole cercano di dare sempre almeno un euro alla ragazza incinta fuori dalla chiesa che chiede l’elemosina, c’è sempre l’idea di fondo che Loro hanno bisogno di un aiuto e Noi, l’unica cosa che possiamo fare in tal senso, se non si ha cuore di rispedirli a casa, è tentare di farli integrare, invitarli, imporre loro di integrarsi…

Integrazione: Loro che vengono da Paesi politicamente e culturalmente arretrati devono adattarsi a Noi, diventare come Noi, esponenti dei Paesi civilizzati e democratici.

Come Noi che spingendo il capitalismo oltre ogni limite stiamo devastando un pianeta intero, l’economia mondiale e le vite di milioni di persone che proprio a causa Nostra sono costrette ad emigrare dalle loro terre e venire da Noi, solo per poi scoprire che per Loro qua non c’è felicità, e che a Noi possono andar bene solo come schiavi.

Noi che emulando l’efficienza delle macchine, aneliamo spasmodicamente di eliminare i basilari bisogni umani e dobbiamo fare i conti con un aumento di suicidi, di consumo di alcolici, di droghe, di psicofarmaci, un aumento che sembra essere direttamente proporzionale alla velocità con la quale aumenta il ritmo di “crescita”, di “evoluzione”, di “progresso”.

Noi che crediamo di essere il centro del mondo e al massimo siamo una delle maggiori cause della rovina del Mondo. Noi che vorremmo che anche chi non è Noi, incominci a vedere, a credere come Noi.

Se giunti a questo punto il termine “razzismo” per alcuni può apparire, nonostante tutto, troppo forte, allora si potrebbe proporre di parlare di “etnocentrismo”, cioè del mettere la propria cultura (intesa in senso antropologico) come chiave unica e giusta di lettura del reale.

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E a proposito di questo risulta interessante il libro di Andrea Staid, “Le nostre braccia”, che lungi dal voler fare la classica esaltazione delle classi migranti oppresse e sfruttate, con l’intento di investirle della carica di soggetto rivoluzionario del ventunesimo secolo, tenta di andare oltre ed eliminare definitivamente il binomio Noi-Loro.

Lo fa primariamente mettendo in discussione il concetto di identità chiusa e definita una volta per tutte, mostrando come la storia del genere umano sia stata caratterizzata da continui cambiamenti, rimescolamenti e mutazioni, tant’è che in nessun caso si può parlare di culture “pure”, incontaminate da influssi esterni. Inoltre, continua Staid, oggi più che mai è assurdo inneggiare ad un’originalità dei costumi dato che con la globalizzazione e la mobilità internazionale, molte delle cose che mangiamo, facciamo, diciamo e pensiamo provengono da altre parti del pianeta e la tendenza è sempre di più quella di un appiattimento generale su un’unica grande monocultura, mix artificioso di tutte le culture del pianeta, il cui cavallo di battaglia rimane, nonostante la crisi, il lifestyle americano.

Contro gli identitarismi e contro l’avanzare di questa globalizzazione la proposta contenuta in questo testo è quella del meticciato, che non dev’essere necessariamente un dato di fatto ma innanzitutto un atteggiamento mentale.

La paura è debolezza, nient’altro. scrive Bruno Barba nella prefazione del libro Un’identità in costruzione-consapevole di esserlo-, accogliente, attenta, curiosa, aperta, non avrebbe nulla da temere.

Panta rei, tutto scorre, e Noi vorremmo fermare il mondo, non per scendere, ma per dominare.

Così non è e così non dev’essere, secondo Andrea Staid e secondo molti altri che vedono nella mutazione culturale una componente essenziale di qualsiasi processo che voglia anche solo vagamente definirsi “rivoluzionario”.

 

di Elena Violato

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