Il potere senza dominio nelle società senza stato

 

Qual è il significato del potere? E quello di debito e lavoro? Nel suo nuovo libro I senza Stato(Bebert edizioni, Bologna, 2015, pp. 107, € 10,00) Andrea Staid si occupa di dare una risposta a questi quesiti, proprio a partire dall’analisi antropologica delle società “senza Stato”, quelle che non sono state raggiunte dal fenomeno della formazione degli Stati nazionali e in cui non sono presenti gerarchie o gruppi dominanti detentori di potere politico, economico e sociale.

L’autore sottolinea come negli ultimi decenni sia possibile riscontrare un generale incremento del dissenso e un aumento di movimenti di resistenza che mettono in discussione e combattono apertamente le istituzioni politiche del mondo occidentale. Sono sempre di più le persone che non si riconoscono nelle decisioni e nelle azioni di governi e singoli governanti, e si fanno sempre più forti e decise le richieste di una maggior autogestione dei territori.
La loro resistenza, la loro lotta e le proposte alternative da loro avanzate mettono in discussione l’esistenza di un solo modo di “pensare la società”, le relazioni che operano al suo interno e i principi su cui si fonda. L’importanza della presenza di questi movimenti risiede nella loro capacità accessoria di sfatare il mito della naturalità dell’organizzazione sociale entro cui agiamo, la quale, lungi dall’essere espressione del migliore dei mondi possibili, altro non è che una sola delle possibili organizzazioni sociali che l’essere umano può scegliere di fondare.
La società gerarchica occidentale, basata sull’autorità e sul monopolio del potere da parte di alcuni membri della comunità, non è infatti né naturale né la sola possibile, ma frutto di una scelta ponderata tra diversi modelli ugualmente realizzabili.
Anche lo studio delle società altre ci permette di arrivare a questa conclusione, mettendo in discussione il determinismo con il quale solitamente si guarda alle nostre istituzioni politiche, economiche e sociali; e proprio le differenze riscontrabili tra diverse organizzazioni sociali ci permettono di dare vita ad un’analisi sul significato del potere e sulle sue possibili coniugazioni. Come afferma l’autore: “Studiare, capire la gestione del potere nelle società senza Stato può essere una possibilità per comprendere meglio la crisi dello spazio politico contemporaneo e uno spunto per combattere il dominio e lo sfruttamento sempre più presenti nella nostra società”. Sarebbe proprio questo il compito dell’antropologia: osservare l’altro per capire meglio noi stessi.
E proprio volgendo lo sguardo altrove, notiamo che non in tutte le società sono presenti gerarchie, potentati o maggioranze legiferanti; esistono comunità in cui è riscontrabile una diffusione di potere tra tutti i membri e nelle quali non è presente la “relazione di comando-obbedienza”. Quest’ultima, assolutamente vigente all’interno delle società occidentali moderne, è l’atomo del dominio, fondamento dell’autorità e delle gerarchie. Non è possibile ritrovarla tra le modalità di interazione possibili all’interno di una società senza Stato; al contrario, si tratta della relazione che più caratterizza le società stratificate e piramidali moderne.
Ma come possono, le società senza stato, mantenere l’ordine non avvalendosi di comandi e obbedienza? L’autore fa luce sui meccanismi interni a comunità non regolate da un potere statale, come quelle degli amerindi, spiegando in che modo la dinamica del consenso di tutti i membri consenta al gruppo di autoregolarsi, senza che siano necessarie imposizioni dall’alto. Esistono, all’interno di queste comunità, norme redatte e accettate da tutti i suoi membri; la mancanza di un’autorità legiferante livella di fatto le disuguaglianze, preservando la società dalla divisione tra decisori e pedissequi esecutori. In questo modo, l’obiettivo della regolazione della vita sociale è raggiunto senza il ricorso alla minaccia della violenza e alla coercizione.
L’autore dirige la propria analisi anche alla sfera del lavoro, evidenziando le differenze che intercorrono tra le attività umane dei membri delle società senza Stato e il lavoro salariato. Se le prime erano volte al soddisfacimento dei bisogni umani, il secondo è invece proteso verso il profitto. Alla mancanza di accumulazione che caratterizza le attività dei “primitivi”, come alla divisione del lavoro secondo capacità e possibilità fisiche, si contrappone una stratificazione sociale delle mansioni, presente nelle società occidentali moderne, generatrice di disuguaglianze. L’autore sottolinea come la “relazione comando-obbedienza” si manifesti maggiormente proprio nel campo del lavoro salariato, rivelandosi la primaria fonte di potere coercitivo.
L’ultimo capitolo del volumetto è poi dedicato alla mutazione del debito e al significato che quest’ultimo assume all’interno di una società senza Stato e di una società con lo Stato. L’autore ci rivela che il legame tra debito e dominio è molto forte; la prima ratifica di potere da parte di un élite è infatti l’imposizione e la relativa riscossione di tributi. All’interno delle società egualitarie, è il capo ad essere costantemente in debito con la propria comunità e mai il contrario; è il leader a dover “pagare” per potersi dire “capo” ed il dono spontaneo e non calcolato tra i membri della comunità è fondamento delle relazioni economiche e sociali basate sull’uguaglianza. Anche nel caso del debito, abbiamo un diverso significato a seconda che si guardi alle comunità caratterizzate da uguaglianza o da disuguaglianza interna.


Anche a fronte di quest’ultima distinzione, va precisato che l’obiettivo del volume non è quello di decretare un vincitore in una gara tra società giuste e meno giuste; al contrario si tratta di riuscire a capire meglio i meccanismi che regolano la nostra vita, avendo presente l’esistenza di altre modalità, di diverse possibilità.
L’analisi delle differenze fra i meccanismi di potere operanti in diverse società permette di vanificare la pretesa universalità delle nostre istituzioni politiche ed economico-sociali. Grazie all’osservazione di comunità altre, sappiamo non solo che esistono modalità diverse di vivere in comunità, ma che queste sono effettive ed efficaci e che governi e gerarchie sono solo alcune delle scelte possibili nel campo della vita in società.

Carlotta Pedrazzini

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