Conversazione con Piero Cipriano sulla società dei devianti

cipriano

 

A.S Ciao Piero è uscito da pochi giorni per le edizioni eléuthera di Milano un tuo nuovo libro “La società dei devianti” un testo che segue l’uscita di altri due tuoi lavori “La fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, ho avuto la fortuna di seguirti fin dal primo libro e mi ricordo ancora le difficoltà che ho avuto inizialmente a fare accettare al collettivo redazionale di eléuthera il tuo stile tra racconto, divulgazione e saggistica. Dopo “La Fabbrica” è nato un amore tra la casa editrice e te ma soprattutto il tuo stile è riuscito a parlare a tanti lettori anche non esperti di psichiatria.

Questo tuo ultimo lavoro mi sembra un coronamento del tuo stile, hai voglia di raccontarci qualcosa su come nascono i tuoi libri?

P.C Innanzitutto l’amore è reciproco con eléuthera. Credo che ora ci staccheremo, per un po’, perché penso di tornare al romanzo, ma poi ci rivedremo. Il mio stile. Innanzitutto sono un grafomane. Questa è la premessa da cui partire. Su come scrivo quando non scrivo fiction (e ciò mi succede ormai negli ultimi tre anni) ne scrivo, svelando un po’ la mia officina narrativa, proprio nel primo capitolo de La società dei devianti. Mi sono ispirato, negli ultimi tempi, un po’ a Emmanuel Carrère, secondo me il migliore scrittore vivente di non-fiction novel. Carrère, in un’intervista, ha rivelato che all’inizio più che lo scrittore voleva fare il regista. Io pure, prima dei trenta, giravo corti e un lungometraggio mai montato, perché ero poco convinto delle mie capacità di scrivere, e mi piaceva di più montare le scene, che girarle. E pure adesso lavoro ancora come un film maker. Scrivo decine di pezzi, senza un soggetto in testa, o meglio, il soggetto è sempre il mio mondo lavorativo, la follia e la follia delle istituzioni della follia, poi, quando credo di averne scritti a sufficienza, passo al montaggio, metto in fila i pezzi scritti proprio come fossero scene di un film, molti li elimino (o li metto da parte), alcuni li riscrivo. Per cui ordinare, montare i pezzi, determina la storia, e lì, a quel punto, ci riscrivo sopra (giro di nuovo le scene, insomma). Carrère adopera questo trucco: che all’inizio dei suoi libri fa, quasi sempre, un patto col lettore, come se gli dicesse: ti sto raccontando cose molto personali, che altri scrittori mai ti direbbero, sappilo, ti metto a parte di segreti profondissimi, e è quello che fa, per esempio, nelle prime cento pagine de Il regno, dove racconta dei suoi tre anni di credenza o fissazione per la religione cattolica, però, caro lettore, mi segui con attenzione anche nelle parti in cui ti racconto di Luca, il medico scrittore un po’ tonto, o di Paolo, l’esaltato che è il vero inventore del cristianesimo. E questo è un patto che, mi sono reso conto, un po’ faccio pure io: ti racconto le mie passioni, i miei tormenti, ti faccio entrare nel mio flusso di coscienza, poi però non interrompi la lettura appena il gioco si fa duro, quando scrivo venti pagine per provare a spiegare che cos’è la depressione o la schizofrenia o quando riscrivo, in tutti i modi che so, che è necessario slegare i cristi in croce, o che bisogna togliere le pasticche all’umanità.

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A.S Cosa trova il lettore di diverso dagli altri libri che hai scritto, Chi sono i Devianti?

P.C Avevo promesso un dittico, non una trilogia, mi pareva che due libri bastassero. Uno, “La fabbrica della cura mentale”, per raccontare cos’è il moderno succedaneo del manicomio ottocentesco, i SPDC fabbriche, catene di montaggio della cura, dove farmaci e le fasce e le porte chiuse ripropongono in piccolo le dinamiche dei grandi manicomi aboliti. L’altro, Il manicomio chimico, per raccontare un diverso, più evoluto, apparentemente scientifico e non reclusorio modo per contenere le persone, un modo che può perfino prescindere dai luoghi, dai contenitori, dai letti, dalle fasce: basta la coppia diagnosi più psicofarmaco. Poi ho pensato che potevo aggiungere delle cose. Alcune persone mi scongiuravano di non scrivere ancora su questo tema, per non rischiare la serialità. Altre invece mi chiedevano di farlo: per esempio il cantante Pierpaolo Capovilla, o la poetessa Nicoletta Bidoia, con cui carteggio nel libro. Alla fine ha vinto la grafomania. Nel senso che ho continuato a scrivere storie. Con cui provare a raccontare in che modo una biografia viene trasformata in etichetta (talvolta una duplice etichetta, vedi il migrante bipolare, il prete depresso, la rom suicida, eccetera), e come tale fagocitata da questa società antropofaga che fabbrica anormalità, devianza. E poi volevo provare a proporre una nosologia minima, che si posizionasse in mezzo tra la troppo vaga nozione di follia che nulla dice e le trecento partizioni del manuale diagnostico americano (DSM-5) che con facilità estrema rendono ognuno un malato. C’è un capitolo, su questo tentativo di nosologia non botanica e non entomologica della sofferenza psichica. E volevo provare a raccontare anche perché non sappiamo affatto cosa siano la depressione e la schizofrenia che stanno sulla bocca di tutti, le due grandi follie descritte dal primo nosografo della psichiatria, Kraepelin: la dementia praecox e la follia maniaco-depressiva.

Tutti ne parlano a cazzo, a cominciare dall’erudito Umberto Eco che dà dello schizofrenico a Berlusconi proseguendo col matematico ateo Odifreddi che dà dello schizofrenico al povero mago Otelma. Ma nessuno sa cosa siano. Nemmeno gli psichiatri, ovviamente. Chi sono i devianti. I devianti, proseguendo il discorso inaugurato da Franco Basaglia e Franca Ongaro nel libretto.

La maggioranza deviante, sono i non produttivi della nostra società. Giovani, malati, tossici, migranti. Sono quelli la cui improduttività serve per essere trasformata in produttività nel momento in cui viene arruolata nel circuito dell’imprenditoria della malattia. Gli anormali devianti, quando entrano a far parte della società terapeutica, ecco che servono. Le case farmaceutiche, ad esempio, ci prosperano coi devianti.

A.S Ritorna in tutti i tuoi lavori la tua riluttanza alla psichiatria, come fai a resistere nei corridoi dei reparti?

P.C Basaglia, a cui m’ispiro, sostenne che il manicomio è la malattia iatrogena che gli psichiatri infliggono ai malati, agli internati, agli psichiatrizzati. Il manicomio, sostenne, va distrutto. La distruzione del manicomio, scrisse, è un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio. Per distruggere il manicomio, i manicomietti, e tutto ciò che li ricorda e li riproduce, occorre starci dentro, non solo scrivere bei libri (sì, un esempio a caso, Thomas Szasz), entrare nella contraddizione, stare con un piede dentro e uno fuori, sapersi fare infiltrato, stare col fiato sul collo dei tecnici che fanno ciò che si è sempre fatto: sedare, legare, controllare, custodire. E poi, narrare ciò che accade. Essere inventori (di nuove pratiche, o di pratiche di resistenza) e narratori (saperlo raccontare).

A.S Nel libro ci parli dei nichilisti devoti, chi sono?

P.C Apparentemente un ossimoro. In realtà forse non sono per niente devoti. Secondo alcuni è un capitolo che non si capisce cosa volessi dire, dove volessi andare a parare, temo di non averlo capito nemmeno io. Un’amica mi ha rimproverato proprio di questo. Allora ho pensato che avrei potuto aggiungere questa considerazione. Che dopo Parigi gli attentati proseguono e proseguiranno, che la lotta è impari, che non c’è lotta possibile con chi mette in gioco la propria morte, che noi occidentali onnipotenti e superiori aneliamo l’eternità, avendolo a disposizione berremmo ogni giorno l’elisir dell’immortalità, e loro, invece, proprio per questo ci uccidono uccidendosi, ma ciò va contro ogni istinto biologico di conservazione e sopravvivenza, e come potremo mai difenderci da chi vuole morire e farci morire? Solo questo avrei potuto aggiungere. E ciononostante ancora non so che cosa ho voluto dire. Diciamo che è un tema su cui ancora non ho una risposta.

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A.S Non voglio svelare troppo del tuo ultimo libro, ma invece ci tengo molto a parlare di una campagna che hai sposato, Slegalo subito! Di cosa stiamo parlando?

P.C  Di una campagna per abolire una pratica, quella di legare le persone nei luoghi di cura di ogni tipo (non solo nei luoghi della psichiatria, dunque, ma in ogni reparto ospedaliero o d’altra struttura) che non è prevista da alcuna legge o norma, eppure si fa. Una pratica che non ha niente di terapeutico, anzi è antiterapeutica, e forse rappresenta perfino una forma di tortura. In effetti mi sa che ho cominciato a scrivere il primo libro, La fabbrica della cura mentale, proprio per raccontare di questa cosa, che è sempre stata un segreto della medicina, e lo scheletro nell’armadio degli psichiatri, soprattutto, una cosa che si fa ma non si dice. E in effetti, grazie a quel primo libro, sono stato chiamato, nel 2014, in audizione dal Comitato Nazionale di Bioetica in qualità (pensa che paradosso) di esperto di contenzione meccanica, e l’anno successivo è stato pubblicato un documento del CNB in cui si auspica il superamento di questa pratica. Insomma, questo documento è stato un po’ la premessa per iniziare, come Forum della Salute Mentale, questa difficile campagna. Stiamo parlando, insomma, di slegare le persone, di fare in modo di non doverle mai più legare, e in definitiva, in questo modo, di slegare noi stessi. Tutto sommato è una cosa egoistica, voglio dire. Io lo faccio soprattutto per me.

A.S Grazie Piero per questa conversazione su il tuo ultimo lavoro, a questi link trovate i suoi libri ordinabili direttamente dall’editore

 

http://eleuthera.it/risultati.php?find=cipriano

http://eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=409

Piero Cipriano (1968), medico psichiatra psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, ha lavorato in vari Dipartimenti di Salute Mentale d’Italia, dal Friuli alla Campania, da qualche anno lavora in un SPDC di Roma.

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