Il cambiamento nasce dalle periferie della società

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Da dove arriva il cambiamento? Come nascono i conflitti? Come si ridistribuisce il potere decisionale? Tre domande centrali per capire l’essenza dei movimenti sociali. Viviamo in un mondo dove la cultura dominante, grazie ai grandi sforzi della parte attiva della società, non riesce a imporsi in termini omologanti e totalizzanti; molte fette della società si guadagnano spazi grazie alla mobilitazione e la lotta per riuscire ad ave
re una presenza che travalica gli stretti confini della politica istituzionale, e lo fa mettendo in campo pratiche di resistenza alla violenza e ai soprusi statali e sovranazionali (lotta No Tav e No Mous due ottimi esempi). Sono sempre più numerosi gli individui che si oppongono ai disegni di politici e speculatori in giacca e cravatta e sempre più, in tutte le parti del globo, dalla Turchia passando per il Brasile e tornando nel Maghreb, si costruiscono laboratori sociali che sperimentano nuovi modelli di cittadinanza che si scontrano con le assurde strategie di governamentabilità e speculazione calate dall’alto. Questi movimenti sociali contrastano l’omogeneità, l’universalità e la territorialità delle nazioni, sono movimenti percorsi da diversi mondi culturali con all’interno soggettività nomadi, segnate da tradizioni molteplici che articolano in modo dinamico appartenenze multi-situate e identificazioni multiple, costruite in termini caleidoscopici sovrapponendo contigentemente possibili differenziazioni spaziali, culturali, economiche e politiche. Oggi, molte forme di mobilitazione si caratterizzano per strutture organizzative interne meno gerarchiche di quelle dei noti movimenti degli anni settanta, sono più aperte e polimorfe: dei veri e propri mosaici di diverse culture confl ittuali, espressioni organiche di una società in divenire. Questi movimenti, opponendosi in maniera netta alla sovranità statale, esprimono la possibilità di altre e nuove forme di distribuzione del potere decisionale: si tratta di una ri-localizzazione delle decisioni, dai palazzi alle piazze, dalle istituzioni alla società. (Boni, 2011)

Molto spesso si ha l’impressione di non riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato all’inizio della lotta, senza rendersi conto che, mentre si cerca di perseguirlo, se ne ottengono tanti altri che non si erano programmati. Come scrive Alberto Melucci, i movimenti sociali annunciano ciò che sta prendendo forma anche prima che il loro contenuto e la loro direzione siano diventati chiari. Per l’antropologia, lo studio dei movimenti sociali è molto importante – chiaramente una rilevanza quasi totalmente trascurata in campo accademico e editoriale. L’etnografia dei movimenti sociali, infatti, dovrebbe costruire uno spazio che renda pensabile lo studio di attori e situazioni determinanti per l’immaginazione di nuove configurazioni politiche del mondo contemporaneo.

Nel secondo dopoguerra lo storico Fernand Braudel fece notare ai suoi studenti e colleghi che nei primi decenni del ’900 uno studioso poteva sapere tutto su imperi, regni e guerre d’invasione ma non avrebbe trovato che poche pagine su quello che era la vita della maggior parte dell’umanità: contadini, operai… Questo punto di vista ha creato una storia più mossa, una storia sociale che parlava dei gruppi umani e non soltanto della classe dominate, una storia effettiva, della quotidianità e dell’agitazione. Questo, ovviamente in modo metodologicamente diverso, è ciò che dovrebbe fare l’antropologia dei movimenti sociali, e per capire meglio questo filone una lettura fondamentale è il nuovo libro curato da Amalia Rossi e Alexander Koensler, uscito a settembre del 2012 per Morlacchi editore, dal titolo: Comprendere il dissenso, etnografi a e antropologia dei movimenti sociali.

Questo testo getta le basi teoriche e metodologiche per lo studio dei movimenti sociali, cioè per quei fenomeni di mobilitazione che non sono più del tutto riconducibili alle classificazioni storiografiche e sociologiche dei movimenti sociali “classici”, ma sono sempre più movimenti fluidi, reti di relazioni informali, di credenze condivise, di azioni strategiche e collettive orientate alla trasformazione degli assetti istituzionali di una data società. Per gli autori del testo i movimenti sociali nascono dalla mobilitazione di specifiche categorie di soggetti su tematiche conflittuali e di interesse pubblico e sollecitano la sperimentazione di soluzioni alternative all’ordine sociale egemone.

Il saggio riflette sulle sperimentazioni dei nuovi movimenti sociali che producono rinegoziazioni originali tra vecchi e nuovi paradigmi della contestazione sociale, che cercano di costruire politiche innovative pronte a realizzare dei sistemi economici comunitari in antinomia ai meccanismi della dipendenza e del dominio e in contrapposizione a quei modi di crescita collettiva che privilegiano il benessere materiale, devastante per i legami sociali e per l’ambiente, perpetuati in nome di quella crescita e di quello sviluppo non più riconosciuti come possibili. Movimenti che cercano di staccarsi dalla logica del profitto e della devastazione dei territori. Le contemporanee mobilitazioni di base oltrepassano, comprendendole, le rivendicazioni particolaristiche, identitarie, etnicizzate, razzializzate, così come le loro fagocitazioni governative e le collusioni pluraliste. Svuotano le identità e rilanciano le differenze nell’ethos dell’interdipendenza e della solidarietà, confi gurandosi in termini di negoziazione fra i diversi gruppi nel dialogo e nella cooperazione. (Malighetti, 2012)

Usando la strumentazione teorica e pratica dell’antropologia – maturata nell’analisi delle condizioni, spesso diasporiche, dei popoli colonizzati e degli schiavi, dei migranti e dei profughi, dei rifugiati e dei clandestini, degli indigenti – questo testo permette di pensare alle modalità con cui i movimenti sociali modificano le prassi politiche, qualificandole contingentemente a seconda delle differenti situazioni. Consente di vedere come le forme emergenti di attivismo riannodino i fili di una storia interrotta dalla schiavitù, dalla modernizzazione, dall’industrializzazione e da urbanizzazioni selvagge. Gli autori dei vari saggi contenuti in questa raccolta interpretano le possibilità a disposizione delle soggettività decentrate e localizzate dall’accelerazione dei meccanismi disgregatori e dislocanti della globalizzazione per ridisegnare il sistema politico ed economico, aprono orizzonti  antropopoietici che smantellano i sistemi di classificazione, configurando le molteplicità di posizionamenti in termini contingenti e precari. Gli intenti principali di questo saggio sono quelli di capire in che modo le reti dell’attivismo si situano in uno spazio complesso di flussi culturali transnazionali, e come l’antropologia analizza le produzioni culturali e mediali degli attivisti annodati in tali reti; infine, altro snodo centrale nel testo è quello di capire e problematizzare il posizionamento contingente degli antropologi nel contesto di ricerca.

Comprendere il dissenso significa comprendere quelle forme di vita sociale emergenti (Fischer, 1991) che portano a nuove configurazioni politiche e richiede di riflettere sul ruolo di divergenze e frizioni che esso produce; richiede di spostare l’attenzione su quelle pratiche che rompono con l’esistente invece di perpetuarlo, anche perché non ne possiamo veramente più di quegli studi – e sono la grande maggioranza – che mirano a consolidare la parte dominate della società e che contribuiscono a mantenere salde le fondamenta di quella fabbrica culturale chiamata università.

Già negli anni ottanta la Scuola di Manchester lavorava sui conflitti e i cambiamenti sociali e da questi studi sono emerse con più vigore correnti che hanno cominciato a interrogasi sulle pratiche che disturbano, smontano o ricompongono il mondo così come lo conosciamo, portando a forme di vita sociale emergenti. L’antropologia dei movimenti sociali si propone come il campo privilegiato per indagare il nesso tra cambiamento sociale e pratiche emergenti di mutazione culturale.  La specificità di questa disciplina, rispetto ad esempio alla storia e alla sociologia dei movimenti sociali, risiede nella prospettiva comparativa e nel pluralismo metodologico che la contraddistinguono nei quadri olistici e interdisciplinari che chi la pratica è in grado di restituire. Tale eterogeneità difficilmente permetterà alla nascente antropologia dei movimenti sociali di costituirsi come un sapere organico e dai confini ben evidenziati.
Andrea Staid

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