IN NEPAL, DOPO IL TERREMOTO In viaggio nel paese ferito dal più grande evento sismico dal 1934

 

 

Il 23 aprile 2015 dopo anni di curiosità e voglia di visitare il tetto del mondo mi decido e compro un biglietto aereo per passare quasi un mese tra Katmandhu e le vette himalayane. Come tutti sapete il 25 aprile 2015 c’è stato un violento evento sismico di magnitudo locale 7,8 con epicentro a circa 34 km a est-sud-est di Lamjung, che ha causato più di 8000 morti e gravissimi danni in molte parti del Nepal oltre a danni minori nelle zone himalayane di India, Cina, Bangladesh e Pakistan. Si è trattato dell’evento sismico più violento che abbia colpito quest’area dopo il 1934, quando un terremoto di magnitudo 8 provocò la morte di circa 10.600 persone.

Per giorni sono stato attaccato a tutti i giornali, blog e social network per avere più informazioni possibili sulla situazione del paese dopo il sisma, mi ritrovavo davanti al dilemma se partire oppure no. Un senso di colpa mi inondava, il pensiero di andare in un paese distrutto dal terremoto per fare il turista o per regalare qualche giorno di aiuto volontario mi rattristava profondamente. L’indecisione sulla scelta da perseguire era molta. Decido di entrare in contatto e di dialogare direttamente con dei ragazzi nepalesi, soprattutto con quella che poi sarà la mia guida, Beg. Ero veramente dubbioso ma da subito tutti i nepalesi con i quali discutevo mi dicevano che l’aiuto migliore era quello di andare nel paese, portare soprattutto lavoro per chi si era trovato di colpo davanti alla fine delle possibilità di crearsi un minimo di reddito con il turismo. Beg nelle lunghe mail che ci scrivevamo mi comunicava che io e la mia compagna di viaggio eravamo i suoi unici clienti del dopo terremoto e che oltre alla calamità naturale il sisma stava producendo uno stop totale del turismo nel paese e oltre a essere felice del nostro arrivo mi chiedeva di dire a tutti che il terremoto era stato grave ma che ancor più grave era annullare tutti i viaggi per il Nepal e soprattutto sottolineava che la maggior parte del paese non era stato toccato dal sisma. Dopo varie discussioni durate più di un mese decido che la cosa migliore da fare è partire e andare a vedere con i miei occhi cosa stava succedendo in Nepal a pochi mesi di distanza dalla tragedia.

La partenza è fissata il 31 di luglio e il volo comincia subito a farmi preoccupare, ritardo su Istanbul scalo e si riparte, una volta arrivati a Katmandhu il volo gira sopra l’aeroporto per tre ore a causa del maltempo e siamo costretti a tornare indietro e atterrare a Delhi in India. Dopo un’ora si riparte e con sei ore di ritardo finalmente atterriamo In Nepal. Ad accoglierci c’è la nostra guida, sorridente e voglioso di conoscerci. Con lui da subito instauriamo un rapporto ottimo di scambio politico e culturale. Già al primo caffè (ottimo) cominciamo a capire le differenze tra la gestione di un disastro naturale in Nepal e in Italia. Nei giorni seguenti passeggiando per Katmandhu rimango estremamente sorpreso perché sono abituato appunto alla gestione italiana delle calamità, delle emergenze, ovvero sigilli dappertutto, protezione civile e militari. Subito la mia mente viaggia all’Aquila dove tra dicembre 2008 e gennaio 2009 abbiamo assistito a un forte terremoto con molte vittime. Vi ricorderete la voglia dei cittadini di ricominciare e i primi giorni di auto-costruzione e solidarietà diffusa, ma poi è arrivato lo Stato, ha chiuso tutto, mandato i militari, creato campi di “accoglienza” e ancora oggi la splendida cittadina dell’Aquila nel suo centro storico è del tutto inaccessibile. Ecco, a Katmandhu dove il terremoto ha causato migliaia di vittime e dove la maggior parte delle opere d’arte, dei monumenti, dei siti archeologici patrimonio dell’UNESCO sono crollati, succede esattamente il contrario rispetto all’Italia. Mi spiego meglio, camminando per questa meravigliosa e strana città lo stupore è stato subito elevato perché nulla era sigillato ma proprio nulla, anche la famosa Dubar square patrimonio dell’UNESCO era quotidianamente vissuta e attraversata da migliaia di cittadini, non solamente attraversata ma proprio vissuta, dai commerci, ai giochi tra bambini a scuole a cielo aperto.

 

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foto staid

Camminavo per le vie del centro fangose e polverose in mezzo a un traffico di mezzi di svariati tipi e tutto sembrava scorrere a un ritmo “normale”, ovviamente mi sono imbattuto in case crollate e macerie ma stando al fianco di case fatiscenti non sembravano stonare troppo l’armonia della città. Nelle piazze interne del quartiere turistico Thamel mi imbattevo in tendopoli dove vivevano i cittadini rimasti senza casa o passeggiando nella zona della torre di Dharahara crollata anch’essa (con i suoi nove piani e i 62 metri di altezza, bianca e svettante era uno dei simboli del Nepal), proprio lì vicino sotto i piedi di un centro commerciale all’interno di un parco immerso nel pieno del traffico cittadino si potevano scorgere svariate tende attrezzate per chi durante il terremoto aveva perso tutto.

La curiosità di capire anche il ruolo del governo aumentava e parlando con i nepalesi ho subito capito che lo Stato era ed è praticamente assente, ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere e questa assenza ha moltiplicato l’attività del popolo che non ha aspettato aiuti dello Stato che oltretutto molto probabilmente non arriveranno mai. I cittadini di Katmandhu e più in generale delle zone colpite dal sisma si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a lavorare per la ricostruzione o quanto meno per la ripresa della normale vita quotidiana.

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foto staid

Ovviamente per me era dura accettare che donne, bambini e uomini vivessero in case mezze crollate, oppure vedere come nei luoghi della tragedia avvenuta pochi mesi prima ci fosse una attività commerciale elevata ma anche da questo punto di vista è stato utilissimo il confronto con i locali che hanno una concezione della vita e della morte molto diversa dalla nostra. Alla mia domanda: Ma come fate dal giorno dopo un disastro di questa entità a mettervi in moto, a ricostruire ad aprire i vostri negozi? La risposta di Beg (la mia guida) è stata di guardarmi negli occhi sorridere e dirmi che la vita deve andare avanti, che la morte è parte dell’esperienza di tutti noi e mi dice: Sai, Andrea, la mia famiglia era composta da 9 fratelli siamo rimasti in tre. In Nepal non c’è da mangiare per tutti ma non posso continuare a essere triste, ora io che sono il più grande mi prendo cura dei miei due fratelli rimasti, lavoro il più possibile per cercare di mantenergli gli studi e dargli un tetto dove vivere in città.

Questa sua risposta mi ha aiutato a capire perché tutto in Nepal a sessanta giorni dal terremoto era in funzione, tutto girava come se non fosse successo nulla o quasi. La città è vissuta e attraversata quotidianamente dai suoi cittadini e il valore della vita dell’individuo è assai diverso dalla nostra concezione occidentale.

Anche i monumenti, l’arte stessa, viene vissuta e concepita in modo completamente diverso dalla modalità occidentale. Dubar square prima di tutto è un luogo di culto e di commercio e nulla può fermare questi flussi. L’arte è della città e la città di chi la vive, l’opera d’arte è vissuta nell’esperienza quotidiana dei singoli individui per questo nulla si può fermare, chiudere e rendere inaccessibile ai cittadini.

La prima volta che sono entrato nella piccola via affollata che porta alla piazza sono stato accolto da un odore indimenticabile, un misto di spezie, macerie e fogna , dopo l’olfatto è arrivato un pugno dritto agli occhi, meraviglie mezze crollate brulicanti di persone e mezzi di trasporto che passavano ovunque, incroci di sguardi segnati dall’esperienza di una vita di strada totalmente diversa dalla mia, sorrisi di bambini e sguardi di bramini in posa per una foto. Dopo la vista è stata la volta del tatto, sfiorato da centinaia di braccia di passaggio per la piazza ma è l’udito che è stato invaso più di tutto da un insieme di rumori, dalle preghiere agli immancabili e fastidiosissimi clacson. In Nepal le macchine e le moto sembra si muovano grazie al clacson, la sosta massima tra una suonata e l’aLtra sono una manciata di secondi anzi istanti.

 

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foto staid

Per appagare anche l’ultimo senso, quello del gusto, mi sono subito andato a cercare una buona locanda dove assaporare un Dal Bhat, la ricetta nepalese più comune e classica, per la maggioranza della popolazione si tratta della dieta base quotidiana. Trovo quasi subito quella giusta, una terrazza che dominava tutta Dubar Square, un ristorante povero ma dignitoso con simpatici camerieri. Era fine agosto, appena seduto al tavolo tutto d’un tratto si alzano in volo gli uccelli, si alza verso il cielo un vociare, anzi si sente il rumore di uno stupore collettivo, scappano anche i cani e subito dopo avvertiamo una forte scossa di assestamento. Terrorizzato vado dal cameriere e gli chiedo: ma è il terremoto? Lui mi sorride, alza le spalle e mi dice: sì, sì, una scossa di assestamento e si rimette a giocare con il suo smarthphone. Scioccato torno al mio posto e penso che questa è la modalità nepalese di affrontare gli eventi. La reazione del cameriere mi tranquillizza, mangio il mio ottimo Dal Bhat in fretta e decido comunque di scendere velocemente dalla terrazza perché in meno di un mese è difficile interiorizzare la modalità locale di accettazione degli eventi.

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foto staid

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